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La spinta ad occuparsi del bambino in difficoltà nasce dalla considerazione semplice ma oltremodo significativa che ad ogni bambino soggetto di violenze psicologiche e/o fisiche corrisponde con frequenza importante un adolescente deviante o comunque a rischio. Esiste una netta correlazione tra il comportamento messo in atto nei confronti dei propri figli e l'essere stato a propria volta oggetto di violenze. Diventa allora necessario agire su due fronti: tutelare il minore ed intervenire sulla famiglia. La protezione comporta inevitabilmente un allontanamento dall'ambito familiare.

La comunità è rivolta proprio a quei minori che sono vittime di violenze o da una non tutela fisica e psicologica da parte dei familiari.

In particolare la definizione di maltrattamento è quella adottata dal Consiglio d'Europa (1981): "gli atti e le carenze che turbano gravemente il bambino, attentano alla sua integrità corporea, al suo sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale, le cui manifestazioni sono la trascuratezza e/o lesioni di ordine fisico e/o psichico e/o sessuale da parte di un familiare o di altri che hanno cura del bambino".

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